Intervista a Jason Dodd (2003)
Jason Dodd è nato l’11/2/1970. Fu acquistato dal Bath City nel 1989. Ex nazionale under 21 inglese, e’ stato per oltre un decennio capitano dei Saints.
Jason, cosa vuol dire essere capitano dei Saints?
E’ senza dubbio un grande onore. Sono qui da 13 anni e per la gran parte ho indossato la fascia di capitano. Essere capitano del Southampton, una squadra che deve sempre lottare, vuol dire saper infondere coraggio ai compagni in difficoltà e saperli aiutare. Abbiam cambiato tanti allenatori in questi anni, ma son sempre rimasto la guida di questa squadra e di questo ne sono orgoglioso.
In tutti questi anni in prima linea, come hai vissuto le varie “evoluzioni” della squadra?
Non ci son state stagioni positive o negative. Ci siamo sempre salvati e per noi ciò vuol dire aver fatto il nostro compito. Si può dire che ci sono state stagioni più sofferte e stagioni più tranquille, questo sì. Ma la gente ci è sempre stata vicina, in ogni situazione… a maggior ragione ora che possiam mirare a traguardi maggiori.
Il vostro Presidente Lowe ha dichiarato di mirare nel lungo periodo ad entrare fra le prime otto in modo stabile, che ne pensi?
Penso che sia possibile. Ci sono ottimi giocatori, il nuovo stadio e l’ambiente giusto per ottenere risultati.
Si dice che una volta il Southampton era formato da discreti giocatori e una stella, mentre ora sono ottimi giocatori, ma nessun fuoriclasse. Che ne pensi?
Può essere vero. Ma ci terrei a sottolineare che la nostra forza sta nello spogliatoio. Nessuno si monta la testa, e lo stesso Le Tissier non lo ha mai fatto. Come ora non lo fa Bridge…
Per l’appunto…Le Tissier. Com’era?
Straordinario. Ho giocato per tanti anni alle sue spalle ed è stato un onore. Matthew meritava più di quello che ha ricevuto in nazionale. Ma per i tifosi, e anche per noi giocatori, rimane un mito. Matthew rendeva semplice quel che pareva difficile, e a volte portava l’intera squadra sulle sue spalle. Davvero incredibile. E’ un vero peccato che nelle ultime due stagioni non sia riuscito a giocare a causa degli infortuni.
Nella tua carriera hai lavorato con diversi allenatori, chi puoi indicare come il migliore?
Beh, ognuno aveva i suoi pregi e i suoi difetti. Ma non ho mai avuto problemi con nessuno di loro. Souness, Jones, Gray… tutti buoni maestri. Forse Hoddle (anche se si è comportato male in seguito) aveva un modo di allenare più serio… Si soffermava molto sulla tattica, e dava grande peso alla condizione psicologica di noi giocatori. Ma con questo non dico che è il migliore. Anche Strachan sta facendo molto bene.
Wayne Bridge, tuo compagno di reparto, pare destinato ad un radioso avvenire…
Lo merita. Wayne è davvero forte, e migliora continuamente. La sua chiamata in nazionale è un evento quasi storico per i Saints e un grande stimolo per la società. Basti pensare che Deano (Richards) ci lasciò proprio perché pensava che giocando qui non sarebbe mai stato convocato. Bridge, che è anche un prodotto del vivaio, è a ragione uno dei simboli di questa squadra. Si parla molto di un suo trasferimento… penso che se arriverà una grande offerta, tra i 9 e 10 milioni di sterline (16 milioni di euro) sarà ceduto. Ma se i Saints davvero cresceranno come squadra, potrebbe anche rimanere.
Cos‘è cambiato nel calcio inglese in questi anni?
Molti dicono i soldi o l’avvento degli stranieri… Io dico che è cambiato molto lo stile di vita dei giocatori. Ora siamo più famosi e dobbiamo essere più professionali. Fin a qualche tempo fa dopo la partita o di sera si usciva a bere birra o whisky… ora non possiamo più farlo. E questo anche perché la nostra alimentazione è controllata, e gli allenamenti sono a volte personalizzati.
A proposito, il calcio italiano pare più lento del vostro. Metodi di allenamento diversi?
Seguo molto il calcio italiano, e penso che con la Premier League sia il campionato più emozionante. I nostri allenamenti si basano molto sulla velocità e su esercizi di palleggio, il che ci consente in campo di mostrare un buon gioco. Penso che in Italia ci sia una mentalità diversa. Si gioca in modo diverso non perché i giocatori siano più lenti, ma perché si preferisce magari applicare uno schema di attacco piuttosto che “lanciarsi all’avventura“… a gli avversari magari conoscono lo schema e ti fermano. Ecco, forse è un calcio più prevedibile.
Di sicuro è diversa l’atmosfera negli stadi. Per quanto riguarda i Saints, cos‘è cambiato per voi giocatori con il “trasloco” al St. Mary’s?
sono due stadi differenti, ed entrambi ottimi. Al The Dell l’apporto dei tifosi si sentiva in maniera molto decisa, e per tutta la durata della partita. Al St. Mary’s è un po’ diverso. Se giochiamo bene o stiam vincendo, l’atmosfera è davvero straordinaria. Se invece le cose vanno male tutto diventa molto tranquillo, e noi giocatori questo lo avvertiamo.
Grazie Jason. Puoi concludere con un saluto agli Italian Saints?
Grazie a voi di sostenerci. Per noi giocatori è fonte di orgoglio sapere che ci sono dei tifosi sparsi per il mondo che ci seguono con tanta costanza e passione. Un grande saluto quindi agli Italian Saints, e un grazie da parte dell’intera squadra.
